Perché ci piace il Rugby

di Antonio Amodei
Sport degli ultimi guerrieri, la palla ovale sta procurando l’ultimo innamoramento nazional-popolare italico. Fino a ieri cenerentola dei palinsesti televisivi, il rugby oggi si riscatta attraverso la sua rappresentazione etico-morale ed estetica. Vediamo perché.
Gioco di squadra
La conquista del terreno è la meta del gioco, una “guerra” antica fondata sulla disputa, centimetro per centimetro, dell’elemento terra. Il punto viene attribuito quando una squadra guadagna tutto il campo dell’avversario, in prima, seconda e terza linea, come da linguaggio guerriero, trinceratesco.
Lo scontro tra giocatori è perentoriamente fisico, gladiatorio, tra uomini che si affrontano guardandosi negli occhi; la linea del pallone in gioco traccia la mezzeria oltre la quale le due formazioni non possono praticare (offside).
Lo spartiacque tracciato dal portatore di palla mette di fronte i due schieramenti che, dunque, sono obbligati ad affrontarsi a viso aperto e battersi senza furberie, trucchi, carambole fortuite o tentativi d’aggiramento. Nel rugby non esistono, perciò, falli intenzionali, né aggressioni o cattiverie di gioco, così diffuse nel calcio. Ogni giocatore, rispettando le regole, si aspetta altrettanto dall’avversario. La disciplina è garantita dall’arbitro che, letteralmente, gioca con i boys in campo, suggerendo tattiche e strategie, prevenendo errori tecnici e falli, urlando “grazie” e “per favore” per ottanta minuti, il tutto reso trasparente da un’amplificazione radio disponibile per lo spettatore.
Il groviglio di una mischia, l’accalcarsi disordinato di energumeni dietro a un pallone è, in realtà, una danza perfettamente congegnata tra reparti disciplinati e organizzati che concorrono, collettivamente, al raggiungimento dell’obiettivo. Non esiste uno sport di squadra più del rugby, dove l’assunzione del comando è sconsigliata per la sua inefficacia.
Danza e potenza
Giocare a rugby significa essere dotati di raffinati modulatori di potenza assieme alla puntualità e all’eleganza di una ballerina classica. Requisiti rari, da superman. La dimensione superomistica, elevata, dell’atleta di rugby, non nasconde, tuttavia, alcuna ideologia gerarchico-politica. La pratica del rugby è il cardine della formazione morale dell’atleta e del suo pubblico. Eppure, ai molti che non ne conoscono le regole, esso appare una sfrenata bolgia d’animalesca prepotenza, perpetrata da bulli in preda agli istinti più bestiali. Non c’è nulla di caotico o di casuale in questo gioco; è tutto meno che istintivo o brutale, perché non si odia né si perde l’autocontrollo: l’aggressività, proprio perché ritualizzata in campo, è senza livore. Nel calcio, viceversa, il bandire ogni contatto sul terreno di gioco innesca risentimenti e animosità tra il pubblico. È una forza speculativa prima che concreta, deprime la furbizia a beneficio della lealtà, apprezza la preparazione tecnica prima dell’individualismo estetico, ammira e si fa ammirare dall’avversario senza essere corporativo: ecco perché ci piace il rugby.

Niente trucchi

Il placcaggio, il simbolo stesso del rugby, è un’opportunità di vincere la paura. Placcando, è la nostra faccia che mettiamo avanti. Bloccare, far morire un pallone, equivale alla rinuncia a giocare: un “antigioco” punito severamente dall’arbitro, perché la palla deve essere sempre in movimento. Così, se il punteggio mostrasse una larga superiorità di un collettivo sull’altro, il primo è chiamato a giocare al massimo, senza tregua, così da non disonorare od offendere l’avversario con una melina di superiorità.
Il mancato riconoscimento dell’avversario è invece evidente nella versione statunitense di questo sport divenendo regola, nel football americano, il lancio in avanti del pallone, che scavalca l’avversario il quale, per giunta, può essere affrontato anche senza palla.
L’effettismo del football americano veste i propri atleti con scafandri, corazze e orpelli offensivi che ammiccano ai corpi adolescenziali delle sempre più svestite majorettes, la cui ingombranza risulta indispensabile per ingannare la noia delle mille pause in cui annega questa disciplina.
L’organizzazione del regolamento rugbystico possiede un telaio non truccabile. La difettosità e l’irregolarità nel gioco sono concetti sconosciuti al pubblico dell’anti-calcio. Le regole del calcio e la sua stessa dimensione atletica consentono alla squadra più debole di poter sperare in una vittoria, guadagnata con mezzi leciti e illeciti. Un gol può scaturire da errori, anche in buona fede, da parte dell’arbitro, mentre una mischia concede falli solo accidentali, l’espressione di un’avanzata in meta è solo frutto di un’organizzazione di gioco certosina, puntuale. Il risultato di una partita di rugby è sempre l’espressione del reale valore delle due squadre che si confrontano in campo.
Caso o strategia?
Per spiegare la grande popolarità del calcio non basta la considerazione della sua povertà d’ingresso: infatti sono sufficienti un pallone e uno spazio qualsiasi, anche urbano, per giocare, ma è evidente il suo basso controllo del gioco dovuto all’esigua capacità funzionale del piede. Due bambini possono mettersi su un prato e passarsi la palla centinaia di volte con le mani senza difficoltà, ma difficilmente con i piedi.
Il rugby è una partita a scacchi a velocità supersonica. Si gioca non contro l’avversario ma con l’avversario. La possibilità d’interdizione del giocatore è elevata ma solo nei confronti del portatore di palla, il quale può e deve liberarsene prima che avvenga il contrasto, spostando il gioco su un compagno che, a sua volta, può chiamarne in causa un altro e così via.
Il gioco diventa assai veloce e avvincente ma, ciò che più conta, la mobilità della palla obbliga chi difende ad avanzare sul campo (non a retrocedere su una linea di difesa), per contrastare la meta dell’avversario. Una meta subita, dunque, è sempre l’effetto dell’abilità di chi attac-ca. Tutto non si presta a falsificazioni arbitrali.
Nel calcio, l’azione d’interdizione sull’avversario ha lo scopo di produrre falli che, sebbene sanzionati, e non sempre, dal giudice di gara, hanno il vantaggio di adulterare il gioco di chi attacca. Così, la squadra più debole può sperare di vincere o almeno pareggiare la partita. La squadra più forte può attaccare per tutta la partita senza segnare, mentre l’avversario più debole può “insaccare” un pallone fortuito e vincere. Nel rugby il pareggio è molto raro e, in ogni caso, sempre fortuito.
Nel calcio è molto più facile impedire all’avversario di far gol che farlo. Il calciatore che avanza palla al piede può essere contrastato fallosamente da un avversario e “rotto” nella sua efficacia tecnica a beneficio del giocatore scorretto, perché la ripresa del gioco avviene in una condizione tattica peggiore della precedente: i compagni dell’avversario hanno il tempo di rischierarsi, la velocità dell’azione è perduta. Viene, così, premiato chi ha commesso il fallo. Nel rugby, viceversa, un fallo intenzionale viene immediatamente castigato con un calcio ai pali o con l’espulsione del giocatore sleale. Insomma, nel calcio il risultato è assai imprevedibile: ecco perché esiste il Totocalcio ma non il Totorugby.
Tifo solidale
L’aspetto forse più significativo della cultura rugbystica consiste nella solidarietà del suo pubblico, che applaude tutte
le azioni ben condotte dalle squadre, anche avversarie, disapprovando ogni scorrettezza, anche dei propri paladini. La fratellanza del pubblico del rugby è resa mitica dai famosi terzi tempi (al plurale). Il primo terzo tempo si svolge prima del match, prima di entrare allo stadio, tra pinte di birra, scambi di gadgets, balli, canti, quadri umani folcloristici, e sulle tribune dove i tifosi cantano i propri e gli altrui inni nazionali. Il secondo terzo tempo è quello previsto al termine del match, quando la squadra che vince applaude la perdente mentre esce dal campo con l’onore delle armi. Il terzo terzo tempo si gioca tra nuovi boccali di birra e dolci fatti in casa, negli spogliatoi, al ristorante, tra atleti e tifosi confusi insieme.
La leggendaria Aka di guerra degli All Blacks neozelandesi è, in realtà, un inno al dio del Sole, invocato dai maori affinché si attraversi l’oscurità e, dalle tenebre, a occhi aperti, si venga accolti nel regno della luce. Webb Ellis, il mitico “inventore” del rugby moderno, è appunto immortale e, quando raccolse istintivamente la palla con le mani durante una noiosissima partita a calcio nel 1823,
nel college di Rugby, correndo e accelerando come un folle, proteggendo il pallone da ogni tentativo di goffi, embrionali, placcaggi dei compagni accorsi ad arginare la sua furia, emise un blasfemo movimento, il peccato originale di toccare con mano ciò che solo ai piedi, membra inferiori, era fino a quel momento concesso pestare e malmenare.
2017-05-01T08:40:42+00:00